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Prefazione ad un
catalogo d’opere di tre fotografi fuori del mondo
Gianluca Colla -
Marco Manfredini - Enrico Turillazzi
Dice
un detto locale che quando si parla dell’Amazzonia non si sa da dove
incominciare. Sull’Amazzonia si discute molto ma in realtà si conosce ancora poco. Viene tuttora più pensata come un mito che
vissuta nel suo presente. La maggioranza degli stessi brasiliani non la conosce. Eppure se ne parla nel mondo, intuendo più o meno vagamente che la sua
sopravvivenza è fortemente minacciata e che ciò potrebbe danneggiare anche noi.
Le stime ufficiali parlano del 1% di foresta che scompare ogni anno, un’area
pari ad otto campi da calcio al minuto, ma dati scientifici recenti suffragati
da foto satellitari ci danno una cifra che è quasi il doppio. Già un quinto
dell’Amazzonia non esiste più e di questo passo entro 50 anni ne resterà solo il
nome mitico come quello delle donne guerriere che si pensava abitassero queste
selve.
Eppure la foresta pluviale amazzonica con la sua
estensione di sette milioni di Km2 è l’ecosistema forestale più
grande e complesso del mondo, da solo contiene il 50% di tutte le riserve
forestali tropicali. Il bacino amazzonico occupa metà del Brasile ma si estende
nel territorio d’altre sette nazioni del continente sudamericano. L’Amazzonia
rimane fondamentale nell’equilibrio climatico della Terra fungendo da regolatore
di diverse funzioni vitali per la Biosfera, dal ciclo dell’acqua a quello dei
gas. Qualcuno ha definito, infatti, l’Amazzonia, il polmone della Terra, in
realtà gran parte della selva amazzonica è una foresta primaria che ha raggiunto
un equilibrio in dare ed avere nella produzione d’ossigeno; senz’altro può
essere però considerata uno dei maggiori “carbon sink”, immagazzina cioè nel suo
legno prezioso miliardi di tonnellate d’anidride carbonica, ed il continuare a
bruciarla come sta avvenendo per farne terra da pascolo e campi, contribuisce
notevolmente ad incrementare quell’eccesso di gas serra che sta pericolosamente
riscaldando il pianeta con temibili e ancora imprevedibili sconvolgimenti del
clima globale. Ma se parliamo del livello di vita che pulsa in Amazzonia, è qui
che forse la comparazione con qualche parte anatomica è più pregnante. Ricordo
che Marina Silva, attuale ministro dell’Ambiente del Brasile, parlandone, diceva
che, in effetti, sono le gonadi, l’apparato produttore delle nostre cellule
germinali, l’organo più adatto a simbolizzare il valore e la funzione che la
terra amazzonica ha per il nostro pianeta. Il riscontro lo ritroviamo ancora una
volta nei dati che evidenziano come l’Amazzonia sia la maggiore fonte di
biodiversità della Terra; per citarne alcuni, contiene il 20% del totale
di
tutte le specie arboree e degli uccelli, il 10% di tutti i mammiferi e gli
insetti conosciuti sono ancora una minima parte, circa un milione di specie
rispetto alle decine di milioni ipotizzate. Un solo tipo di albero può ospitarne
fino a 400 specie diverse ed in un solo ettaro di foresta ci possono essere fino
a 200 diverse specie di alberi. Nelle acque amazzoniche, che da sole
costituiscono un quinto delle riserve d’acqua dolce della Terra, vivono ben 2000
specie di pesci ed animali ormai rarissimi come il lamantino, la lontra gigante,
il delfino rosa, l’anaconda, il caimano dagli occhiali e probabilmente altri che
neppure conosciamo e che forse non conosceremo mai. Sì, perché la situazione è
gravissima, nonostante si ribadisca che l’Amazzonia deve rimanere il più
possibile integra per il bene di tutti, qualcuno considera questo patrimonio
universale un tesoro ancora da depredare per i propri interessi. La si vuole
deforestare per creare nuovi terreni per il bestiame ed i campi di soia. Si fa
man bassa del suo legname con profitti solo per pochi, maggiori di quelli del narcotraffico. Ma anche miniere, dighe, centrali energetiche e strade, la cui
creazione è addotta, spesso falsamente, come necessità per il bene della
popolazione, la minacciano. Ma la vocazione dell’Amazzonia è rimanere una
foresta, la più grande, con il contributo di tutti perché quest’immenso gigante
ha letteralmente i piedi d’argilla. E’ paradossale costatare che a fronte
dell’esuberanza della vita che vi alberga, il terreno su cui poggia la foresta è
per la maggior parte sterile: solamente un sottile strato superficiale di
sostanza organica in rapida decomposizione continua a riciclare gli elementi
minerali necessari per tutto ciò che vive sopra fra le sue chiome, in
un’interrelazione di livelli e d’organismi che spesso non vedranno mai il suolo.
Per questa ragione, il taglio o l’incendio di grandi estensioni di foresta fa si
che le prime piogge dilavino rapidamente lo strato fertile e poi il sole faccia
il resto desertificando per sempre le superfici esposte.
Con le foreste scompare la biodiversità con ritmi
10.000 volte superiori a quelli delle estinzioni naturali. E pensare che il 90%
delle piante che vi crescono non è ancora stato studiato approfonditamente ma
potrebbe dare all’uomo farmaci e prodotti naturali importanti, com’è già
avvenuto. Chi sarebbe quindi tanto folle da permettere la distruzione di una
nostra cattedrale o di un’antica biblioteca di conoscenze per farne materiale da
costruzione o legna da ardere nel fuoco? Eppure è ciò che sta avvenendo: stiamo
perdendo i monumenti della natura, i tesori del sapere naturale. L’Amazzonia, un
patrimonio universale che non rimarrà per chi verrà dopo di noi?
Ho accolto con piacere e riconoscimento l’invito di
Enrico, Gianluca e Marco, autori delle splendide immagini che compaiono in
questo catalogo, a scrivere, sperando di rimanere all’altezza del loro lavoro,
questa breve prefazione sul tema che hanno affrontato con coraggio e passione,
l’Amazzonia o meglio le Amazzonie come intuitivamente indicato dal titolo che
hanno voluto dare anche alla mostra delle loro opere. In effetti, i livelli di
lettura per qualcosa di così complesso possono essere molteplici e non è solo
attraverso gli occhi della scienza, come mi competerebbe, che quest’affascinante
e problematico soggetto può essere affrontato, capito e amato. Sì, perché
l’Amazzonia, se vogliamo che rimanga per le future generazioni, non dobbiamo
solo studiarla e conoscerla per i suoi strabilianti dati ecosistemici, non
dobbiamo solo imparare a gestirla al meglio per conservarla e mantenerne i
servizi ambientali che offre a tutto il pianeta, non dobbiamo solo riconoscere
fattivamente l’importanza e la responsabilità che le popolazioni che ancora in
essa vivono hanno nell’esserne i custodi e primi difensori.
L’Amazzonia deve
essere sentita emozionalmente come qualcosa di grandioso ed allo stesso tempo di
estremamente fragile, per questo necessita di affetto, attenzione, dedizione.
Come e più di altre foreste millenarie, la foresta pluviale conserva e ci può
dare anche una grande valenza spirituale di cui oggigiorno abbiamo più che mai
estremo bisogno mentre purtroppo la gente è convinta di poter surrogare questa
necessità con un illusorio benessere tecnologico. Ormai parliamo delle risorse
naturali come se anch’esse, come ogni cosa al mondo, avesse un prezzo e si possa
comprare, ma i valori spirituali non si trovano al supermercato. L’incanto ed il
silenzio di una foresta immersa nella foschia dorata, gli spazi senza fine della
natura senza alcun segno dell’uomo, il tramonto su un lento fiume amazzonico
solcato dal volo delle are, il sordo e profondo richiamo del giaguaro ed il
gracidio di un anfibio nella notte, questi sono valori intangibili e senza
prezzo da conservare più dell’oro. Dobbiamo difenderli semplicemente perché
continuino ad esistere. Forse per qualcuno non hanno più senso ma per i molti
ancora recettivi, questi valori sono tuttora irrinunciabili e sentiti come cura
per un’anima smarrita e confusa di fronte ad un mondo sempre più straniante. I
nostri Autori con le loro fotografie sono in grado di darci un importante
contributo a questo sentire. Più di tante parole che entrano ed escono, dobbiamo
sperare che sia il messaggio di una loro immagine, che riesca a penetrare la
scorza delle nostre difese fatte di indifferenza e cinismo. E che questo
richiamo accorato che viene dai tanti sguardi fotografati di animali di uomini
aiuti l’Amazzonia e chi sta facendo della propria vita una missione per salvare
gli uni e gli altri.
La maggior parte delle fotografie che segue nel catalogo è stata scattata
dagli Autori nella Riserva Naturale Xixaù-Xiparina, un’area naturale di 178.000
ettari di foresta primaria e corsi d’acqua a tratti ancora inesplorati. Fondata
nel 1992 da un gruppo di conservazionisti guidati dallo scozzese Christopher
Clark con l’intento di salvare un lembo intatto di foresta amazzonica, è situata
all’estremo sud dello stato di Roraima, 500 km a nord-est di Manaus, lungo il
fiume Jauaperì affluente del rio Negro. La Riserva è protetta e difesa dai
nativi “Caboclos” che hanno scelto di migliorare le proprie condizioni di vita
senza distruggere il ricco, ma fragile, ecosistema in cui vivono. Questo grazie
ad un accordo con l’associazione italo-brasiliana Amazonia sostenuta in Italia
da vari Enti ed Associazioni tra cui “Gev Modena-Foreste per Sempre” che da sei
anni partecipa con l’invio di volontari e finanziamenti per i vari progetti in
atto. Ricca di flora e fauna, l’area ospita numerose specie in via di estinzione
alcune delle quali sono in corso di studio come la lontra gigante. La Riserva è
stata spesso oggetto di “attenzioni” per il grande potenziale di sfruttamento di
terre, legname e risorse minerarie che potrebbe dare e l’Associazione Amazonia
ha dovuto combattere aspre battaglie per difenderne
l’integrità. Questo grazie
anche alla coscienza che si è creata fra i suoi abitanti che hanno dimostrato in
più occasioni di voler fare una scelta conservazionista. L’area, infatti,
riveste un’importanza strategica per la conservazione della biodiversità ed
attualmente il governo brasiliano l’ha inserita nel piano di protezione del
Corridoio transamazzonico. La sicurezza finale per la sopravvivenza della
Riserva arriverà si spera tra breve poiché dovrebbe essere riconosciuta
ufficialmente dallo Stato federale come Resex, Reserva Extrativista, una
tipologia di riserva che prevede ed incoraggia attività sostenibili tra cui
l’ecoturismo ma in piena sintonia e rispetto con la Natura. Questa importante
esperienza a distanza di diversi anni si può dire sia stata una scelta vincente
venendo a costituire una dimostrazione che una via alternativa è possibile per
l’Amazzonia, ed è l’unica possibile.
Grazie Enrico, Gianluca e Marco per il vostro
aiuto in questa splendida missione.
Dario Sonetti (*)

Dario Sonetti è docente di Biologia presso la
Facoltà di Bioscienze e Biotecnologie dell’Università di Modena e Reggio Emilia
ed è il coordinatore di Gev Modena – Foreste per Sempre, settore delle attività
di Cooperazione Internazionale delle Guardie Ecologiche della Provincia di
Modena.
info@forestepersempre.org
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